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mercoledì 6 luglio 2016
 

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.

Allevamento: ci vorrebbe più chiarezza

Valeria Rossi 17 febbraio 2015 Allevamento - Cuccioli 8 Commenti

di VALERIA ROSSI – E’ sempre più frequente, quando si nominano allevatori, allevamenti eccetera (o sulle pagine FB degli allevatori stessi) trovare commenti della serie “il cane non si compra, si adotta!“.
Che, lo sappiamo, è sempre stato lo slogan di varie associazioni animaliste, ma adesso sta diventando un vero e proprio tormentone utilizzato, per lo più, a sproposito, con toni arroganti e talora direttamente incivili.
Per carità, è assolutamente lecito non condividere un modo di essere o di pensare: ma trovo altamente ineducato (a dir poco) che si vadano a fare campagne animaliste sulle pagine di persone che, dopotutto, non sono delinquenti: fanno un lavoro onesto e legale, e con questo lavoro magari ci mantengono pure una famiglia. Se questo lavoro non è gradito, lo si può ignorare e si possono anche invitare i propri amici a non usufruirne: ma andare in casa di chi lo fa a coprirlo di insulti è qualcosa che, fuori da FB, procurerebbe un’immediata denuncia per stalking. Su FB, invece, sembra tutto normale.
Io vorrei vedere cosa penserebbero questi signori se in ogni pagina di canile, rifugio o associazione animalista apparissero sfilze di commenti che parlano di zoomafie, di staffette mangiasoldi, del business del randagismo in mano alla criminalità organizzata e così via.
Un minimo di rispetto reciproco, non lo si può proprio usare?
E un minimo di cervello, magari?
I motivi per cui attaccare gli allevatori tout court sia sinonimo di “poco cervello” l’ho già spiegato in questo articolo: quindi non ci tornerò sopra.
Oggi preferisco parlare di un altro problema, e cioè del fatto che, se siamo – come siamo – pieni zeppi di cagnari di vario tipo, mentre gli Allevatori con la A maiuscola stanno diventando sempre più rari, il motivo non sta solo nelle esigenze del mercato (che richiede cuccioli “pronta consegna” e a basso prezzo).
Sta anche nel fatto che non c’è un minimo di chiarezza su ciò che veramente dovrebbe essere un allevatore cinofilo.

Lo spunto per questa discussione mi arriva dal sito di un allevatore che se la prende in modo piuttosto drastico con chi non è in regola con le normative nazionali (e quindi, un po’ tra le righe e un po’ in modo palese, con gli allevatori “amatoriali”, termine che racchiude una vera e propria fantasmagoria di personaggi).
Cominciamo quindi con chi vuole davvero mettersi in regola con le normative vigenti, ovvero con gli allevatori professionali. A me piacerebbe di più che venissero definiti “professionistici”, se si intende – come in realtà si intende – che devono avere proprio questa come attività preminente, o comunque ottenere da questa introiti superiori a quelle di eventuali altre attività non cinotecniche.
Per “professionale” si dovrebbe intendere invece una persona che svolge un lavoro con serietà e competenza: cosa che può fare, volendo, anche il titolare di una singola cagna che le fa fare una singola cucciolata. Quindi manca chiarezza già a partire dalla definizione.
Comunque: bisogna sapere che fino a ventina d’anni fa gli allevatori si dividevano in “allevatori con affisso ENCI” e “senza affisso ENCI”. E stop.
Nessuno di loro era inquadrato in alcun albo, non aveva alcun obbligo fiscale e faceva un po’ il cavolo che gli pareva. Risultato: c’era gente che ci campava senza mai pagare una lira (perché c’era la lira) di tasse, ma che non poteva neppure usufruire di alcun trattamento pensionistico.
Con l’avvento della legge 349 (che è del 1993), l’allevatore professionista è diventato a tutti gli effetti “imprenditore agricolo”, con obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio (e quindi obbligo di avere partita IVA), obbligo di tenere un registro di carico e scarico, obbligo di emettere ricevuta fiscale e così via.

A seconda delle regioni, poi, ci sono ulteriori oneri: che non sono uguali per tutti, quindi per conoscere quelli che vi riguardano – se siete interessati – dovete controllare il regolamento vigente della vostra zona… ma in generale possiamo dire che servono l’autorizzazione dell’ASL, una certa metratura per i box,  scarichi fognari adeguati, in certi casi anche una distanza minima dai centri abitati. Vengono perfino misurate le emissioni di odori, come se un allevamento di cani fosse una stalla o un porcile. In ogni caso, è evidente (e basta leggere i vari regolamenti per capirlo) che l’allevamento di cani viene equiparato a una qualsiasi altra attività riguardante gli animali da reddito: il fatto che il cane sia un animale da affezione (quasi sempre considerato un vero e proprio membro della famiglia) non viene tenuto minimamente in considerazione.
Ne consegue che l’allevatore, anche solo per “starci dentro” con le spese (che tra investimenti iniziali e tasse successive sono tutt’altro che lievi), è praticamente costretto a tenere un elevato numero di fattrici e produrre conseguentemente un numero altissimo di cuccioli.
La legge dice “almeno 5 fattrici e almeno 30 cuccioli all’anno“… che però non bastano quasi mai neppure a coprire le spese. Altro che mantenerci una famiglia!

Ovviamente ci sono differenze notevolissime tra una razza e l’altra (anche queste non considerate dalla legge): per esempio, un allevatore di terranova, con cinque fattrici, non faticherà di certo a produrre la sua “quota cuccioli”. Potrebbero bastargli tre parti, se non addirittura due… perché per una Terranova è normalissimo mettere al mondo una dozzina di piccoli.
Se invece l’allevatore ha la passione per ichihuahua, ecco che per far nascere almenotrenta cuccioli deve tenere una quindicina di cagne, visto che i parti da uno-due cuccioli sono frequentissimi e che comunque è quasi impossibile averne più di quattro.

Ma come si fa a seguire in modo davveroprofessionale, e non solo professionistico, una quindicina di parti in dodici mesi?
Quando allevavo, io di cucciolate ne facevodue all’anno… e già faticavo moltissimo a conciliare questa passione con il mio lavoro principale (che è sempre stato lo scribacchinamento): perché tirar su una cucciolata come dio comanda non è un lavoro a tempo pieno.  E’ molto di più!
E’ una cosa che ti impegna 24 ore al giorno, almeno per la prima settimana di vita dei cuccioli; poi di notte cominci a dormire, se dio vuole… ma le giornate diventano totalmente dedicate ai cuccioli.
E pesali, e controllali, e svezzali, e sverminali, e vaccinali; e poi dagli l’imprinting, e poi socializzali, e fagli sentire rumori diversi, e falli camminare su superfici diverse, e abituali ai gatti, e portali a vedere macchine, autobus e tutto quanto fa “società umana”, e falli giocare… e ovviamente coccolali, perché altrimenti che gusto ci sarebbe, ad allevare?
Nel frattempo, ovviamente, stai dietro anche agli altri tuoi cani, perché mica puoi dimenticarti di loro: quindi falli uscire, pettinali, alimentali, giocaci, lavoraci (se sono razze da lavoro), coccolali… e in più pulisci, pulisci, pulisci, pulisci… (continua ad libitum).
Insomma, tenere con passione ed amore una quindicina di cani è già iper-impegnativo quando NON ci sono cuccioli: ma quando ci sono, questi richiedono una dedizione totale e assoluta per almeno due mesi.
Ergo: le mie due cucciolate significavano quattro mesi (nel mio caso un po’ di più, perché io cedevo i cuccioli a 70-80 giorni) interamente dedicati a loro.
Se ne avessi fatte quindici… non credo che ne sarei uscita viva, a meno ovviamente di non assumere personale. Ma avete idea di quanto costi anche una sola persona assunta regolarmente?

Fatevi due conti e comincerete ad avere un’idea delle spese che deve sostenere un allevatore professionista… a meno che, ovviamente, non cagnareggi di brutto e quindi non si limiti ad accoppiare un maschio e una femmina e a disinteressarsi di tutto il resto.
E allora… lo vogliamo dire, che la normativa vigente incoraggia i cagnari?
Ma sì: diciamolo pure, visto che è la verità!
Ovvio che lo scopo iniziale non fosse quello: quello che si intendeva fare era dare all’allevatore un corretto inquadramento professionale (e fargli pagare le tasse, come è anche giusto che sia).
Però la soluzione è stata quella di trattarlo come un allevatore di animali da reddito… cosa che il cinofilonon è e non dovrebbe mai essere.
Il lavoro dell’Allevatore cinofilo (quello serio, competente ma soprattutto innamorato dei suoi cani) non si può proprio equiparare a quello di chi alleva galline o mucche.
Non per voler mancare di rispetto a questi ultimi, per carità… ma perché galline e mucche NON diventano membri della nostra famiglia.
Per dire… se una gallina diventasse aggressiva o paurosa nei confronti dell’uomo perché non è stata socializzata (non succede, eh! Le galline non hanno gli stessi periodi sensibili del cane: è solo un esempio per assurdo), non cambierebbe la vita di nessuno: se lo diventa un cane, chi lo adotta si ritrova nel panico più totale.
Se una mucca non si sente perfettamente realizzata, nessuno se ne accorge: se il nostro cane si annoia, dallo psicologo ci finiamo noi.

Sì, lo so che è puro specismo DOC… ma è anche un dato di fatto. Ed è una questione di rispetto nei confronti di quelli che ormai la stessa scienza ha definito “animali senzienti e sensibili”.
Dunque, l’allevatore cinofilo dovrebbe assolutamenteavere tempo e modo di occuparsi dei cuccioli anche dal punto di vista della loro crescita psichica e del loro corretto inserimento nella nostra società: ma come diavolo fai, se hai millemila cani da seguire?!?
Succede così che il vero appassionato, quello che ama i suoi cani più di ogni altra cosa al mondo, spesso evita di diventare professionista e rimane “amatoriale”: tiene meno di cinque fattrici e/o produce meno di trenta cuccioli l’anno. In questo modo, secondo la legge, non deve dichiarare niente e non ha alcun obbligo fiscale. Non ha neppure agevolazioni e neppure la pensione, ma pazienza: deve accettare il compromesso, visto che l’alternativa sarebbe quella di diventare una “catena di montaggio” cinofila.
Ovviamente questa possibilità (siamo in Italia, non dimentichiamolo!) è diventata un comodo escamotage per chi vuol fare il professionista senza dichiararsi tale. Gli basta infatti intestarsi quattro fattrici e fare quattro cucciolate l’anno… ma poi intestarne altre quattro alla moglie, quattro al fratello, quattro al cugino del cognato del zio… et voilà, l'”amatore” è diventato a tutti gli effetti un evasore (oltre che, molto spesso, un cagnaro).
Cosa che – più che giustamente – manda in bestia gli allevatori professionali onesti, quelli che pagano le tasse: da qui certe “guerre civili” che il grande pubblico magari non riesce neppure a capire.
E gli animalisti – non solo quelli più fanatici, ma anche quelli “normali” – cosa vedono, nel panorama cinofilo?
Grandi numeri, grandi produzioni… e grandi pasticci: tali, a volte, da far pensare che siano tutti produttori indiscriminati di cuccioli a puro scopo di lucro.
Il che manda in bestia (olè!) i vari appassionati, che nonostante tutto sono ancora tanti.
Gente che per i suoi cani si butterebbe nel fuoco; che quando un cane sta male passa notti in bianco e spende patrimoni per salvarlo; che spende patrimoni anche per tutti i controlli sanitari dei riproduttori, perché i suoi cuccioli li ama davvero come figli e quindi vuole che nascano sani; che quando li vede andar via ha un magone della madonna (anche se li vende, ed è ovvio che li venda, se vuol continuare a farne nascere senza finire sotto i ponti nel giro di un anno).
Sentirsi dire che “speculano sulla pelle dei cani” è un’offesa profonda ed ingiusta, che fa davvero indignare. E sentirsi paragonare ai cagnari fa proprio malissimo.

Però non c’è scampo: se vuoi essere inquadrato professionalmente, devi essere un “produttore” di tipo commerciale. Quanto al benessere dei cani… spetta alla sensibilità del singolo, perché per le normative vigenti – udite udite! – esso è limitato al possesso di un’area di sgambamento nella quale i cani devono stare almeno un’ora al giorno. Fine!
Alla faccia dell’animale senziente e sensibile, delle esigenze di imprinting, socializzazione e quant’altro.
Se i cani li lasci liberi tutto il giorno (come facevo io, per esempio, quando questa normativa ancora non esisteva), non va bene perché non hai il dovuto controllo sulle deiezioni (e non importa che la cacca la facciano sul tuo terreno, in casa tua, senza dar fastidio a nessun altro): i cani devono stare in box, e le metrature di questi box (che possono a loro volta variare a seconda delle regioni) sono basate solo sulle dimensioni fisiche. Cani grandi, box grandi: cani piccoli, box piccoli.
Il fatto che un cane piccolo possa avere esigenze di moto dieci volte superiori a quelle di un gigante, tanto per cambiare, non viene tenuto in considerazione da una legge che sembra davvero fatta da chi non capisce un accidenti di cani e considera gli allevatori cinofili come allevatori di “bestiame”.
D’altro canto, per la legge i cani sono e restano “cose”: quindi, cosa vogliamo aspettarci?
L’alternativa è quella di rimanere “amatoriale”… ma allora finisci nello stesso calderone di evasori, importatori, furbetti del quartierino e affini.

Insomma, la figura dell’Allevatore con la A maiuscola, dell’allevatore DOC, del vero appassionato che fa nascere cuccioli con l’intento di vederli crescere belli, sani e di buon carattere, andando fiero di loro come va fiero chiunque abbia prodotto un’opera d’arte vivente… ufficialmente e legalmente non esiste.

O meglio, esiste nella realtà, ma non è inquadrata in una particolare categoria facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori.
Per questo non possiamo stupirci, dopotutto, se gli animalisti sparano nel mucchio (e così facendo contribuiscono allo sfacelo della cinofilia seria).
E per questo io continuo a chiedermi se valesse davvero la pena, pur di avere uno straccio di pensione, di accettare una collocazione professionale che con la cinofilia c’entra come i cavoli a merenda, diventando di fatto produttori di bestiame.
Sarebbe possibile fare almeno una distinzione tra Allevatori appassionati e sfornatori di cuccioli? Ma certo che lo sarebbe.

 

Basterebbe, per esempio, che l’ENCI dividesse gli affissi in due categorie: “allevatore” generico (che potrebbe andare dal privato che ha fatto una cucciolata al produttore commerciale) e “allevatore selezionato” (ma sì, proprio come i cani), che deve avere certi requisiti (effettuare tot controlli sanitari – da stabilire a seconda della razza -; che non può assolutamente far coprire due volte di seguito la stessa cagna, pena la perdita immediata della qualifica; che è assolutamente obbligato a seguire alla lettera il fantomatico “codice etico” dello stesso ENCI, che tutti firmano per dimenticarsene subito dopo, e che viene pure sottoposto a severi e regolari controlli per accertarsi che lo segua. Se non lo fa, non è che venga fucilato sulla pubblica piazza: però viene “declassato” ad allevatore “comune”.
Non sarebbe difficile: basterebbe un minimo di impegno per ridare dignità – e la corretta visibilità – a queste figure davvero professionali, che però al momento stanno in una sorta di limbo difficilissimo da identificare.
Quando io scrivo o dico “andate da un Allevatore con la A maiuscola“, a volte mi sembra di parlare di una figura mitologica, leggendaria.
Io so che esistono anche nella realtà, perché ne conosco tanti personalmente: ma la Sciuramaria in cerca di un cucciolo non ha nessunissima arma che le permetta di scoprire chi sono, dove stanno, cosa allevano.
Basterebbe che l’ENCI dimostrasse davvero l’intenzione di tutelare le razze (perché lasciarle in balia dei cagnari è tutto, meno che una tutela) e con il minimo sforzo si potrebbe fare un salto di qualità indicibile. Soprattutto si potrebbe avere finalmente l’appoggio degli animalisti, che oggi ci considerano nemici giurati… e che, stando le cose come stanno attualmente, a volte (e mio malgrado) riesco perfino a capire.


 
Alessandra
Allevamento Amatoriale ChihuahuaStyle
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