La mano sinistra di Dio: genetica, epigenetica, allevamento. Quali Criteri Utilizzare Per La Scelta Del Riproduttore: Il Border Collie Index

mercoledì 2 marzo 2016
 
La mano sinistra di Dio: genetica, epigenetica, allevamento. Quali Criteri Utilizzare Per La Scelta Del Riproduttore: Il Border Collie Index

La mano sinistra di Dio: genetica, epigenetica, allevamento.

Quali Criteri Utilizzare Per La Scelta Del Riproduttore: Il Border Collie

Index

di Roberto Mucelli, Docente presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, La Sapienza Università di

Roma, Istruttore Cinofilo ENCI

PETRADEMONE 2014 www.petrademone.it

Il presente articolo è riproducibile anche parzialmente citando la fonte

 

Questione di “gusto”

Il tema di come scegliere il “giusto” accoppiamento è da sempre estremamente spinoso.

Ciascun allevatore ha una propria visione della razza allevata, che nasce dalla quotidiana vita

vissuta con i propri cani, nel nostro caso i Border Collie; osservarli ed interagire con loro nei

contesti più disparati come la convivenza casalinga, la frequentazione di luoghi pubblici, le

passeggiate in montagna, il biking od il running; poi in tutte le discipline sportive, dall'agility dog

al frisbee dog, i giochi di abilità come i balance tricks, il lavoro sul gregge.

Più l'allevatore avrà modo di osservare i propri cani all'opera in tutti questi contesti, maggiormente

sarà in grado di sviluppare una propria idea sulla tipicità del Border Collie, quindi cercare negli

accoppiamenti di realizzare il più possibile il proprio modo di intendere la razza.

E qui cominciano i problemi! Anzitutto la visione della razza, la idealità del Border Collie è un

concetto inevitabilmente soggettivo. Tuttavia, il limite inevitabile della soggettività nel modi di

considerare la riproduzione dei Border Collie a ben vedere si rivela un vantaggio.

Pensando al cinema, alla letteratura, all'arte sappiamo che esistono persone che hanno lavorato per

raffinare il loro gusto e per cogliere elementi che il grande pubblico non coglie, proprio per il loro

quotidiano impegno di studio, frequentazione ed osservazione delle opere artistiche: sono i critici.

Già il filosofo inglese David Hume, nel suo Of the Standard of Taste, pubblicato nel 1757, da buon

empirista sottolinea la grande varietà di gusti, corporei ed intellettuali. Tuttavia non può fare a meno

di individuare uno “standard del gusto” che si rivela tale proprio perchè costruito a partire

dall'expertise dei critici dotati di particolare sensibilità, non come forma innata ma come frutto della

continua e costante pratica.

Il pubblico si può quindi affidare alla visione di persone esperte, come i critici d'arte lo sono nel

loro campo, per orientare la propria scelta, acquisendo dei pareri, soggettivi per definizione ma

provenienti da persone che hanno esperienza di vita e di lavoro con la razza canina allevata e che si

adoperano quotidianamente per affinare la capacità di formare una visione ideale della razza.

E qui subentra il secondo punto scottante, quello della visione “ideale”. Sappiamo di non aver mai

visto l' “uomo” ma di interagire quotidianamente con Alessia, Gianmarco, Mariangela... ovvero

soggetti individuali. Così non esiste il “Border Collie”, ma esistono Albireo, Aragorn, Banshee di

Petrademone e così via. Sappiamo benissimo, perchè ci viviamo insieme, che posseggono ciascuno

una propria individualità ben precisa che tendono a mantenere relativamente costante nel tempo,

insomma una personalità, esattamente come noi.

Tommaso D'Aquino nel XIII secolo considerando la specie le attribuiva un valore puramente

nominalistico, ovvero concettuale. Con l'illuminismo e l'orientamento materialista-empirista nelle

scienze si è invece passati a considerare la specie come se avesse valore ontologico, in altre parole

come se esistessero veramente come oggetto empirico. Ne è la prova la classificazione zoologica di

Linneo, risalente al XVIII secolo, che ancora negli anni '70 del '900 si studiava in biologia.

Parlando di “ideale” quindi non possiamo che rimandare ad una concettualizzazione che esce da una

paralizzante soggettività totale solo se discussa tra persone competenti, nell'agorà del mondo

cinofilo.

La visione dell'allevatore, basata su ideali ipotetici, per quanto sviluppati da persone competenti, è

null'altro che una concettualizzazione. Questo modo di pensare il Border Collie orienta poi alla

scelta dei criteri sulla base dei quali compiere l'azione della riproduzione e della messa al mondo di

cuccioli.

 

La mano sinistra di Dio...

E qui veniamo al discorso dei criteri che si utilizzano per allevare.

L'allevamento è un'attività da intraprendere in punta di piedi, con devozione e rispetto del mistero,

provando a collocare il nostro pensiero da allevatore tra: l'evoluzionismo di Charles Darwin, il

determinismo neo-darwinista, il creazionismo ed il disegno intelligente del cosmo (Per la

definizione e l'approfondimento di questi temi si possono vedere i saggi di Paul Davies e di Jean-

Jacques Kupiec con Pierre Sonigo riportati in bibliografia).

L'allevatore infatti ha la “pretesa” di sostituirsi, nell'ordine: alle leggi della selezione naturale; al

disegno del cosmo intelligente, perfino a Dio nella sua infinita libertà creatrice.

Ed ecco il perchè del titolo di questa nostra riflessione: l'allevatore, visto ironicamente, poterebbe

avere la pretesa di sostituirsi a Dio e decidere di quale tipo di creature popolare il mondo, ma il

risultato di questa presunzione sarebbe null'altro che un goffo ed improbabile “tiro mancino”

effettuato da un destrorso.

Occorre perciò da parte dell'allevatore umiltà, studio e senso del limite, per evitare di assumere

posizioni arroganti.

 

Quale genetica?

Vediamo il perchè, iniziando dal tema della genetica.

Ogni buon allevatore dovrebbe avere una conoscenza della genetica, non certo specialistica ma

nemmeno troppo superficiale.

Ma quale genetica occorre conoscere? Non c'è una sola genetica, così come nel pensiero scientifico

non esiste un solo orientamento utilizzato per studiare, sperimentare ed interpretare i fenomeni (per

questi temi rimando al bel saggio di Marco Buzzoni). L'evoluzione del pensiero scientifico è

contraddistinta dal succedersi di paradigmi, secondo la definizione data nel 1962 da Thomas Kuhn

in The Structure of Scientific Revolutions, i paradigmi “sono conquiste scientifiche universalmente

riconosciute, che, per un certo periodo di tempo, forniscono problemi e soluzioni modello ad una

comunità che pratica un campo di ricerca specializzata” (cit. in La filosofia della scienza, di Marco

Buzzoni).

Esempi di paradigmi che si sostituiscono l'un l'altro e diventano incommensurabili sono: la

geometria euclidea e le geometrie non euclidee, la fisica newtoniana e la teoria einsteiniana della

relatività.

Dalla teorizzazione di Thomas Kuhn in poi il progresso scientifico può essere considerato alla

stregua un mito: un modello di lettura degli eventi, quale il paradigma, non è infatti soggetto ad

integrazione rispetto alla teoria precedente, ma più spesso la rivoluziona, portando nuovi elementi

esplicativi inconciliabili con il passato. La scienza quindi non ha un moto progressivo che passa

dolcemente da una teoria ad un altra ma piuttosto procede per salti rivoluzionari, dove una nuova

teoria è inconciliabile con la precedente. Ad esempio, per affascinanti che si possano trovare i

principi della Scuola Medica Salernitana, fondati sulla scienza araba, che hanno dominato la

medicina fino al XVIII secolo, oggi non possiamo sostenere che la medicina contemporanea sia

un'evoluzione della Scuola Medica Salernitana, perchè i modelli interpretativi ed esplicativi

utilizzati sono totalmente differenti.

Ebbene, considerando un tema come la genetica dobbiamo tristemente constatare che molti testi

dedicati agli allevatori (come il fondamentale testo Genetic for dog breeders, di Roy Robinson) e

molti pareri veterinari si fondano ancora sul paradigma della genetica mendeliana, oggi in uso solo

presso biologi e genetisti che tuttora utilizzano il riduzionismo determinista, imperante dal

positivismo fino alla metà del XX secolo, come orientamento al loro pensiero.

Il paradigma riduzionista e determinista in biologia ed in fisica è particolarmente resistente a livello

culturale, considerato che è stato messo in crisi sin dai primi anni del XX secolo attraverso la

scoperta delle geometrie non euclidee, della teoria della relatività di Einstein e del principio di

indeterminazione di Heisenberg (come riportato in Storia della Filosofia, III volume, di Valerio

Verra).

La Biologia sperimentale, informata dal paradigma riduzionista e determinista, nasce durante la

rivoluzione industriale, fondandosi su un modello di mondo “considerato come una gigantesca

macchina costituita da componenti staccati l'uno dall'altro ed assemblabili dagli esseri umani

secondo precisi progetti di adattamento della natura alle nostre esigenze” (M. Buiatti in: Francesco

Bottaccioli, Mutamenti nelle basi delle scienze).

Nel 1847 a Berlino viene sottoscritto il Manifesto dei Medici Materialisti, fondato sul paradigma

riduzionista, secondo il quale, per semplificare, “il tutto è costituito dalla somma delle parti,

ognuna della quali è uguale se isolata o inserita nel tutto... il modello di riferimento vero non è

nemmeno la natura non vivente ma la macchina, che è appunto del tutto composta di parti del tutto

indipendenti nelle quali è scomponibile e con le quali può essere riassemblata” (Marcello Buiatti,

Dipartimento di Biologia Animale e Genetica, Università di Firenze: La verità in biologia. In: La

questione della verità: filosofia, scienze, teologia. A cura di Vittorio Possenti).

E' in questo clima culturale che Gregor Mendel, fisico, analizzò il comportamento di decine di

migliaia di piante di pisello e ne ricavò leggi probabilistiche attraverso metodi fisici e matematici.

Come sappiamo le leggi individuate da Mendel attraverso lo studio delle piante di pisello e secondo

le quali esisterebbe un preciso rapporto causale tra genotipo e fenotipo ancora oggi fondano le

conoscenze genetiche del grande pubblico e, purtroppo, anche di molti specialisti.

Il paradigma riduzionista e determinista viene superato nell'ambito delle rivoluzioni scientifiche già

negli anni 20 del '900, eppure continua ad essere correntemente utilizzato, anzi rafforzato, nel

momento in cui Crick e Watson nel 1953 scoprirono il DNA, ovvero una macromolecola nella

quale, secondo la teoria genetica determinista, sarebbero scritti i fenotipi degli organismi. Fino a

quel momento la genetica Mendeliana si fondava solo su calcoli matematici, in quel momento

venne scoperto il meccanismo fisico che dal genotipo permetteva la formazione del fenotipo.

Queste tesi meccaniciste vengono poi ribadite con forza ancora negli anni '70 del '900 da Jacques

Monod, che parla del DNA come invariante biologico e sostiene: “la cellula è proprio una

macchina”(Jaques Monod, Il caso e la necessità). In questo modello le mutazioni genetiche, che

permettono l'evoluzione, sono attribuite solamente al caso.

Non è questa la sede di discutere la perdurante fortuna presso il grande pubblico di un paradigma

scientifico obsoleto come la genetica mendeliana. Certo che proporre un modello che prende in

considerazione un fattore alla volta e si basa sulla causalità lineare dell'operatore logico if...then è

estremamente rassicurante perchè offre una sensazione di controllo e di scarsa discutibilità delle

previsioni. Per gli allevatori è senz'altro utile per operazioni banali come la previsione del colore del

mantello dei cuccioli a partire dall'eredità genetica trasmessa dai genitori.

Altro che codice! Se ne vedono di tutti i colori...

Anche se... sappiamo che nel caso dei Border Collie, creature che ne fanno vedere di tutti i colori,

affermazione interpretabile sia come metafora della vita quotidiana sia come possibilità fenotipica

di colorazione del mantello, la genetica Mendeliana sia solo relativamente esplicativa perfino per la

colorazione del mantello.

Sappiamo che la colorazione dipende dalla melanina prodotta attraverso l'ossidazione di un

aminoacido, la tirosina. Esistono tre forme di melanina, la eumelanina, la feomelanina e la neuro

melanina: “ Tutti i border collie hanno nel loro mantello una versione “rossa” della melanina, detta

feomelanina. Nei bianchi e neri, la eumelanina nera copre l'apparenza del rosso. Se guardate da

vicino ed in piena luce il vostro Border Collie bianco e nero dopo che abbia trascorso molto tempo

al sole potrete vedere un debole riflesso rosso sul pelo. La eumelanina è stata sbiancata dal sole ed

il colore rosso vien mostrato sia pur leggermente” (http://www.bordercollie.org/health/kpgene.html)

Il fenotipo del mantello rosso o nero sono quindi prodotti solo parzialmente dai corrispondenti geni,

come vorrebbe la teoria genetica Mendeliana della corrispondenza assoluta e determinista tra

genotipo e fenotipo.

Affrontando temi più complessi con l'ausilio del modello genetico determinista saremmo nella

impossibilità di dimostrare a livello di biologia molecolare una qualsivoglia corrispondenza

biunivoca tra genotipo e fenotipo; non esistono infatti geni, singoli o raggruppati, univocamente

identificabili e responsabili della produzione di assetti comportamentali complessi e tipici del

Border Collie (ibidem).

 

Il genoma umano: un flop

Eppure per capire quanto sia forte l'adesione culturale al paradigma genetico riduzionista e

determinista, fondato sul modello “chiave-serratura” (Kupiec, Sonigo, op. cit.), possiamo ricordare

con quanto clamore venne salutata da tutti i media la completa identificazione del genoma umano.

Eravamo nell'Aprile del 2003 ed il completo sequenziamento del genoma veniva presentato dalla

stampa internazionale come la chiave attraverso la quale avremmo potuto prevedere e prevenire le

malattie alle quali eravamo predestinati dal nostro programma genetico. Nelle comunità scientifiche

che si occupavano di Psicologia della Salute già si discuteva su come affrontare l'effetto

psicologico, l'impatto sulle persone della conoscenza di quale tipo di cancro, malattia autoimmune o

cardiocircolatoria avrebbero sviluppato nel corso della loro vita.

Fu una bolla di sapone.

Citiamo da Wikipedia: “Rispetto alle aspettative, i risultati del Progetto Genoma, pur avendo

un'eco mediatica formidabile, non hanno confermato le certezze della biologia molecolare e gli

obiettivi originari della ricerca.

Si pensava infatti che la specie umana avesse centinaia di migliaia di geni. Ne sono stati invece

contati circa 30.000, da confrontarsi con i circa 28.000 di una pianta e i 18.000 di un verme. Per

alcuni questa differenza non è abbastanza marcata per spiegare, unicamente attraverso i geni, la

complessità dell'organismo umano rispetto a forme di vita più semplici.” …. “Queste

considerazioni e le recenti ricerche sembrano... poter mettere in profonda crisi la classica

concezione del gene come di una molecola stabile soggetta ad errori casuali e la correttezza stessa

della teoria darwiniana intesa come un processo che agisce a posteriori sulle mutazioni grazie alla

selezione naturale.

Tra gli entusiasti sostenitori della possibilità di risolvere tutti e per sempre i problemi della salute

umana, grazie alla correzione dei guasti dei geni o alla sostituzione dei pezzi di genoma difettoso

con pezzi ben funzionanti, secondo una visione della medicina neo-meccanicistica, si leggono

autorevoli inviti alla prudenza.” (http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Genoma_Umano).

I modelli deterministi tendono ad ordinare le conoscenze in un assetto razionale e spiegabile,

creando universi perfettamente coerenti e prevedibili. Somigliano un po' al salotto buono della casa

della nonna, quello mai usato e con il cellophane sul divano. Il disordine può regnare sovrano nel

resto della casa e ci sono sgabuzzini dove è stipato di tutto, ma solo il salotto buono è in bella

vista... il disordine è chiuso altrove!

Così il 95% del nostro DNA viene chiamato dai genetisti deterministi Junk DNA semplicemente

perchè non gli è stato possibile attribuire una funzione. Si tratta infatti di una frazione di DNA non

codificante, che non trasmette codici genetici (Buiatti, Kupiec e Sonigo. op.cit.) e le cui possibili

funzioni sono ancora oggetto di indagine e discussione senza che siano state tratte conclusioni.

Quali sono i nuovi paradigmi, i modelli che oggi tendono a dare della genetica una spiegazione

totalmente diversa, ridimensionando il determinismo riduzionista ed uscendo dal semplicistico

modello “chiave-serratura”?

 

Epigenetica, Comportamento ed Eredità

La visione attuale della genetica si chiama epigenetica (Jablonka, 2014; Bottaccioli, 2012.).

Utilizziamo la chiara definizione di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Epigenetica):

L'epigenetica (dal greco επί, epì = "sopra" e γεννετικός, gennetikòs = "relativo all'eredità

familiare") si riferisce ai cambiamenti che influenzano il senza alterare il genotipo, essendo una

branca della genetica che studia tutte le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica

pur non alterando la sequenza del DNA, e quindi i fenomeni ereditari in cui il fenotipo è

determinato non tanto dal genotipo ereditato in sé, quanto dalla sovrapposizione al genotipo stesso

di "un'impronta" che ne influenza il comportamento funzionale. Un segnale epigenetico è un

qualsiasi cambiamento ereditabile che non altera la sequenza nucleotidica di un gene, ma altera la

sua attività.

Immaginiamo una lunga sequenza di geni come una serie di led rossi e verdi, dove rosso significa

“spento” e verde significa “acceso”. Fenomeni chimici e metabolici producono proteine in grado di

accendere e spegnere i geni secondo combinazioni diverse. Ciò che viene ereditato non è la

sequenza di geni ma un complesso funzionale costituito dalla particolare combinazione di geni

attivati e disattivati e le proteine in grado di produrre quella particolare sequenza di attivazionedisattivazione.

E' questo complesso funzionale che viene ereditato dalle cellule figlie e che può essere trasmesso

alla prole se presente nei gameti.

Kupiec e Sonigo (op.cit.) poi hanno messo l'accento sui processi metabolici che favorirebbero una

competizione nell'espressione genica esattamente come in un ecosistema diverse popolazioni

competono per le risorse alimentari.

L'adattamento all'ambiente, attraverso il metabolismo e la produzione di particolari proteine,

diventa quindi determinante nel processo di combinazione dei geni silenziati od espressi che

interagiscono fra loro e danno vita a fenotipi.

La antica polemica natura/cultura o genetica/ambiente per la formazione degli individui quindi è

definitivamente superata da un paradigma scientifico che si fonda sulla lettura della vita come

fondata su sistemi complessi e sulla connessione dinamica tra elementi diversi.

La nutrizione, le condizioni di vita più o meno stressanti, l'ambiente fisico (clima, ecosistema,

inquinamento) sono quindi direttamente collegati con l'espressione genica.

Citiamo da Eva Jablonka, la pluripremiata biologa e genetista della Università di Tel Aviv: “Con le

nuove tecnologie...è stato chiaro sin dagli anni '90 che la sequenza competa del genoma umano

presto sarebbe stata sequenziata e conosciuta. I biologi molecolari parlavano con profetiche

certezze sul “libro della vita” che presto sarebbero stati in grado di leggere... una volta che il

genoma fosse sequenziato, è stato sostenuto, saremmo stati in grado di utilizzare i dati per scoprire

punti di forza e di debolezza ereditari relativi a ciascun individuo e, dove possibile, per intervenire

positivamente... nell'inverno del 2001 … circa 35.000 geni umani...sono stati identificati,

sequenziati e sono state conosciute le loro posizioni. I giornali erano pieni di eccitanti profezie su

un mondo migliore e più sano...”

I genetisti invece ebbero una reazione diversa da quella del grande pubblico, perchè si resero conto

che la conoscenza del genoma umano, lungi dal risolvere dei problemi in maniera semplicistica

apriva ad un universo di complessità che non potevano essere spiegate con il modello riduzionista

per il quale un gene, i forma singolare o raggruppato con altri, dava vita ad un fenotipo come se

fosse la stamperia della vita.

Proprio in quegli anni i concetti di networking e di complessità iniziavano a farsi strada; oggi, come

vedremo, questi concetti diventano il paradigma dominante che include fortemente l'ambiente,

fattore che entra nel network del funzionamento genico come elemento diretto e non più solo come

selezionatore di quelle mutazioni casuali che permettono l'evoluzione.

Purtroppo gran parte del mondo cinofilo continua ad interpretare la genetica negli obsoleti termini

di codice che invariabilmente determina fenotipi, seguendo la concezione popolare di genetica,

ancora viva grazie al fatto che l'insegnamento della biologia nelle scuole medie e superiori, da una

breve ricerca sui manuali scolastici di biologia che ho fatto nel web, non sembra essersi aggiornato.

Continuiamo con la Jablonka: ”...la concezione popolare del gene come un semplice agente causale

non è valida... l'idea che vi sia un gene per … le cardiopatie, l'obesità, la religiosità,

l'omosessualità, la timidezza, la stupidità o per ogni altro aspetto della mente o del corpo non ha

posto nella piattaforma del discorso genetico”.

Inoltre, “I genetisti stessi oggi pensano e parlano in termini di network genetici composti da decine

o centinaia di geni e di prodotti dei geni (aminoacidi e proteine, n.d.r.) che interagiscono tra loro ed

insieme influenzano lo sviluppo di un particolare tratto... Essi riconoscono che se un tratto si

sviluppa o meno non dipende... da una differenza in un singolo gene... ma coinvolge interazioni tra

molti geni, molte proteine ed altri tipi di molecole e l'ambiente in cui ciascun individuo si

sviluppa..”

Segue un'affermazione chiave: “Nel futuro ad oggi pensabile, non sarà possibile prevedere che

cosa un insieme di geni interagenti tra loro produrrà in un determinato assetto di circostanze...

perchè l'effetto di un gene dipende dal suo contesto”.

La Jablonka nel suo recente contributo (op. cit., 2014) individua 4 vie per la ereditarietà: genetica,

epigenetica, comportamentale e simbolica.

La via comportamentale interagisce con la via epigenetica: “se le cure materne sono molto buone i

figli saranno più intelligenti, cureranno meglio la loro prole, se la caveranno in situazioni difficili,

avranno più neuroni nell'ippocampo... tutto questo deriva dal fatto che un particolare gene, quello

per i glucocorticoidi, nei figli trattati bene è de-metilato e quindi attivo mentre in quelli che hanno

avuto una madre poco affettuosa è metilato quindi non funzionante se non in minima parte.

Processi di questo genere sono molto frequenti tanto che esistono diverse malattie che si passano di

generazione in generazione attraverso questo meccanismo, scoperto abbastanza recentemente ma

molto diffuso.(Buiatti, M. in Bottaccioli op. cit.)

La via simbolica è caratteristica in parte anche degli animali ma soprattutto della nostra specie.

Abbiamo quindi diversi modi per “ereditare” e per trasmettere quanto ereditato a nostra volta alle

generazioni successive. Ancora una volta giova segnalare che i fattori in gioco sono talmente tanti

che siamo lungi dal poter determinare quale fattore fisico o psichico sia ereditabile e, comunque,

quando parliamo di ereditarietà non ci riferiamo ad un meccanismo di causa ed effetto, ma

solamente ad una probabilità statistica che dei fenomeni che si sono manifestati in una generazione

si manifestino anche nella generazione successiva.

Insomma, una versione poco accurata delle previsioni del tempo piuttosto che un'equazione

matematica, come il grande pubblico è abituato a considerare l'ereditarietà.

L'insostenibile leggerezza dell'essere un'anca perfetta

Veniamo ora al tema dei nostri cani. Negli ultimi anni c'è una maggiore attenzione al tema della

salute dei cani in generale, particolarmente di quelli che fanno attività sportive e di lavoro.

Una grande e opportuna enfasi viene posta su temi di salute, ne prenderemo uno per tutti che è la

displasia dell'anca, ma quanto detto vale anche per altre condizioni psicofisiche.

C'è un proliferare di lastre preventive e di controlli ufficiali, assolutamente opportuni, ma rispetto ai

quali alcuni passaggi metodologici vengono semplificati fino a travisare il senso di tutta

l'operazione.

Anzitutto occorre precisare la differenza esistente tra il reperto radiografico e la valutazione

funzionale: come qualsiasi buon fisiatra può affermare anche in campo umano, la valutazione che

rende più conto della realtà del singolo individuo è quella funzionale, che, coerentemente con i

paradigmi scientifici attuali, tiene conto della relazione tra fattori e del contesto; in altre parole non

serve valutare solo quanto l'anca sia decentrata rispetto all'acetabolo ma anche il rapporto

complessivo tra gli elementi interessati dell'apparato muscoloscheletrico, la tonicità e le

caratteristiche della muscolatura e soprattutto come il cane usa i propri apparati, in quali contesti e

quanto queste modalità di usa siano condizionate e forzate dall'addestramento specifico. Un conto è

un cane abituato a governare un gregge superando spontaneamente asperità naturali del terreno ed

autoregolando le modalità della propria corsa rispetto, un altro conto è un cane addestrato a

prendere le battute o a girare stretto sul piliere quando magari la curva stretta non è nella sua natura.

C'è poi il problema dei falsi positivi e dei falsi negativi dei reperti radiografici: negli USA esiste

letteratura di valutazione e comparazione dei due metodi da loro precedentemente usati per la

valutazione radiografica delle anche, il Penn Hip e l'OFA. Effettivamente esiste una percentuale di

errore per la valutazione della quale rimandiamo agli articoli citati (Adams ed altri; Keller ed altri);

non sono riuscito a reperire valutazioni sulla attendibilità dei metodi utilizzati dalle due centrali di

lettura ufficiali italiane, Ce.le.masche ed FSA.

Comunque dobbiamo notare che è difficile reperire ricerche indipendenti, ovvero effettuate da

organismi che non siano le stesse centrali di lettura. Non si mette in dubbio la onestà che informa i

lavori di ricerca, ma a livello scientifico è buona prassi che le ricerche sulla valutazione della bontà

di un metodo non vengano effettuate dalla stessa istituzione che lo utilizza ma da un soggetto terzo

ed indipendente.

Nella stessa letteratura è riportato poi quanto sia facile discriminare, a livello radiografico, una

displasia dell'anca da una non-displasia; e quanto sia invece molto più complessa , e quindi meno

attendibile, la distinzione tra livelli diversi di displasia. Per intenderci, sembra molto più semplice

ed attendibile in termini di risultati discriminare il gruppo A+B+C (displasia da assente a moderata)

dal gruppo D+E (displasia grave); la discriminazione intragruppo ovvero tra A, B e C diventa più

sottile e quindi maggiormente soggettiva e meno attendibile (Keller ed altri, op. cit.).

Quindi il reperto radiografico non può essere considerato una sorta di certificazione di qualità del

proprio Border Collie, e non può nemmeno essere considerato predittivo delle prestazioni funzionali

del singolo cane, tranne nei casi di displasia grave e conclamata (D+E). Come abbiamo visto

l'individuo deve essere valutato nel contesto complessivo e le radiografie sono solo uno degli

elementi della valutazione. I reperti radiografici quindi sono utili solo per le statistiche sulla razza e

per diminuire la probabilità statistica che a partire da certe condizioni ambientali si sviluppi una

patologia dell'anca.

Il tema è complesso e siamo lontani dall'avere certezze.

 

La salute non basta

Ora passiamo alla difficile questione dei criteri da utilizzare quando si mette in riproduzione una

coppia di cani, ovvero quando l'allevatore si sostituisce alla “mano di Dio”.

L'esclusione dalla riproduzione di tutti i soggetti che abbiano valutazioni radiografiche decisamente

negative e presentino patologie conclamate è una misura opportuna per diminuire, nel tempo, la

probabilità statistica di incidenza di patologie (non uso il termine ereditarie perchè abbiamo visto

come i fattori psicofisici possono essere o non essere ereditabili in estrema dipendenza dal contesto

metabolico ed ambientale). In estrema sintesi, meglio mettere in riproduzione cani sani, per il bene

della razza e dei grandi numeri.

Dobbiamo essere onesti e sostenere che il viceversa non è vero, non basta mettere in riproduzione

dei cani sani per ottenere delle garanzie che, una volta usciti dal modello della trasmissione

meccanicistica di un codice, non potremo mai avere. In realtà si gioca con probabilità statistiche

non calcolabili a causa del grande numero di fattori che entrano in gioco.

Consideriamo ulteriormente il fatto che la sanità di un cane non è deducibile dalle radiografie delle

anche o dal test del DNA per le oculopatie, ma ha a che fare con una serie di criteri che implicano la

storia di vita del cane, gli stress psicofisici a cui è stato esposto, il modo in cui viene nutrito, la sua

morfologia, il carattere ed il lavoro che deve svolgere.

Una volta opportunamente allargato il concetto di cane sano dobbiamo affermare che la salute è

solo un entry level, ovvero che non basta che il cane sia sano (ed essere sano, insisto, non vuol dire

che la radiografia mi dica che la testa del femore si inserisce perfettamente nell'acetabolo) ma deve

presentare tutta una serie di caratteristiche che, in presenza di condizioni ambientali favorevoli,

potrebbero essere trasmesse alla prole.

La salute è condizione necessaria ma non sufficiente per mettere in riproduzione un cane. Un

Border Collie dovrebbe poter accedere alla riproduzione non perchè è sano, non perchè

affettivamente desideriamo i cuccioli del nostro cane, non perchè abbiamo bisogno di arrotondare lo

stipendio o, peggio, necessitiamo di un'entrata primaria, ma perchè quel particolare accoppiamento

può condurre ad un arricchimento della razza, della idea di Border Collie.

 

Il Border Collie Index

Propongo quindi di utilizzare un supporto decisionale alla scelta che consenta di valutare i

potenziali riproduttori lungo un asse costituito da 11 dimensioni, le prime 6 specifiche per il Border

Collie, caratteristiche che lo distinguono dalla altre razze; le restanti 5 dimensioni invece sono

aspecifiche e possono valere per qualsiasi razza.

Il metodo è ripreso, con ampie modifiche, da Roy Robinson (op. cit) e Margaret Root Kustritz, che è

Clinical Specialist in Small Animal Reproduction, Veterinary Teaching Hospital , University of

Minnesota.

Questo metodo, che nel suo adattamento ad una razza specifica chiameremo Border Collie Index

(BCI), prevede la attribuzione, da parte di ciascun allevatore, di un peso specifico a ciascuna delle

11 dimensioni.

Utilizzando il BCI diversi allevatori potrebbero confrontare la loro vision della razza e del processo

di allevamento, attraverso la attribuzione di pesi specifici soggettivamente diversi a ciascuna della

11 dimensioni.

La visione della razza esplicitata attraverso il BCI potrebbe così essere chiara anche al pubblico.

Diversi allevatori potrebbero rendersi confrontabili e questo potrebbe essere un ulteriore supporto

decisionale per la scelta finale (che comunque non dovrebbe prescindere basarsi dalla conoscenza

diretta dell'allevatore, una o più visite all'allevamento, la valutazione dei cani presenti, ivi compresi

cani vecchi o comunque fuori dal ciclo riproduttivo).

Una volta attribuito un peso specifico a ciascuna delle 11 dimensioni utilizzando una scala da 1 a

10, occorre valutare (o far valutare da esperti esterni che conoscano bene il cane) le caratteristiche

di ciascun riproduttore per ciascuna delle 11 dimensioni, sempre utilizzando una scala da 1 a 10 che

è la più familiare ed intuitiva da usare.

Il punteggio ottenuto va diviso per il massimo del punteggio ottenibile e si ottiene così un indice

finale. L'intero profilo che comprende: le 11 dimensioni; il peso specifico attribuito a ciascuna di

esse dall'allevatore; come ogni singolo riproduttore satura ciascuna delle 12 dimensioni.

Le 6 dimensioni specifiche del Border Collie sono ben note le lasciamo in inglese visto che sono

termini ben noti e per rendere più facile il confronto senza ostacoli legati alla traduzione:

A. Eye

B. Crouch

C. Balance

D. Power

E. Speed and agility

F. Interest in moving targets

Le altre 5 dimensioni proposte, valide per ogni cane, sono:

G. Attrazione Sociale

H. Salute

I. Predatorio

L. Tempra

M.Temperamento

Nel caso l'allevatore intendesse riprodurre per gli Show, ovvero basandosi su caratteristiche

morfologiche, potrebbe ad esempio utilizzare:

1. Salute

2. Colore del Mantello

3. Tessitura del mantello

4. Lunghezza del mantello

5. Conformazione del corpo

6. Postura

7. Conformazione della testa

8. Portamento delle orecchie

Facciamo un esempio per chiarire.

Prendiamo un Border Collie maschio che nel nostro esempio chiameremo Sam.

L'allevatore attribuisce a ciascuna dimensione il seguente peso specifico:

A. Eye 7

B. Crouch 2

C. Balance 2

D. Power 4

E. Speed and agility 7

F. Interest in moving targets 4

G. Attrazione Sociale 10

H. Salute 10

I. Predatorio 7

L. Tempra 5

M.Temperamento 5

A fianco riportiamo i punteggi ottenuti da Sam nella scala di valutazione da1 a 10 ed il punteggio

totale del Border Collie Index:

Il punteggio totale di Sam quindi è .76; è possibile discriminare le caratteristiche specifiche di razza

e generiche di Sam: le prime ottengono un punteggio di .80, leggermente superiore alle sue

specificità come Border Collie che è di .69, questo dato disaggregato può essere fonte di ulteriore

riflessione.

Per quanto abbiamo esaminato insieme possiamo concludere che lo sforzo dell'allevatore dovrebbe

rivolto alla continuo studio, aggiornamento, osservazione e dotazione di supporti decisionali come il

Border Collie Index.

 

Piccoli cuccioli crescono. Dove? Come?

Vista la rilevanza attribuita all'ambiente nel giocare un ruolo interattivo con la genetica e

l'epigenetica e vista la trasmissibilità alla prole di assetti non solo genetici ma anche chimico – fisici

e comportamentali, gli sforzi dell'allevatore andranno sempre più indirizzati verso la interattività, la

consulenza e l'educazione continua del pubblico che acquista un cucciolo.

L'ambiente in cui il cucciolo cresce, come viene nutrito, addestrato, il tipo di attività fisica e la

morfologia del terreno su cui questa viene svolta, l'attuazione o meno degli stessi accorgimenti usati

per l'attività sportiva umana, gli eventuali e talvolta inevitabili stress a cui è esposto interagiranno

con la dotazione genetica ed insieme daranno vita a complessi funzionali responsabili della salute,

dell'equilibrio e, in ultima analisi, della felicità del cane e della sua famiglia.

Alla luce delle recenti acquisizioni scientifiche sulla genetica questi fattori diventano più importanti

di un presunto codice contenuto nel DNA e pertanto meritano, ancor più di prima, tutta la nostra

attenzione.

 

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Cristina
Allevamento Border Collie
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